sabato 19 aprile 2008
ci proviamo
Ci proviamo, sì ci proviamo: io ci provo, tu, se vuoi, sì anche tu puoi provarci. Le mie parole non sono a senso unico: mi rivolgo a te [ma non solo a te], scrivo a lei, domando a lui, chiedo a voi e sopratutto a me. E' stata una settimana faticosissima: tra Odi barbare carducciane, coliti e gastriti e carta igienica, case e stanze, ritorni e partenze, arrivi e lacrime. E' stata una settimana faticosissima: il sorriso più denso segue le parole più inutili e ora alla fine, cantano le "megliosole" solo io [http://megliosole.it/site]. Ci proviamo: parlo a te, cioè a lei [no, non a lui], che ha alleggerito di presenza rasserenante [perchè la presenza se non è bisogno urgenza, ma disponibile presenza, è rasserenante]. Sì rasserenante: e difatti è tornato il sole. Le parole fanno male; non a chi le legge, a chi le riceve. Le parole fanno male a chi le scrive: duri sassi, macigni da scavare per trascendere e significare. E' questo il silenzio, è questo, sì. Ma ci provo ugualmente. Come per essere pesce senza annaspare nell'acqua occorre ridurre il vizio. Così per scrivere senza patire occorre alleggerire o addensare. Ti strizzo l'occhio: grazie delle mele zuccherate. Grazie. Buona Notte.
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